Il Sughero

L’Arte della lavorazione del Sughero in Sardegna


RACCONTO DEL SUGHERO 

Un uomo parte per la foresta con la sua scure sulle spalle…

Foresta. Foresta in gallurese significa bosco di sughere, un bosco governato dall’uomo: e andare in foresta significa andare a scorzare e a raccogliere il sughero.

La scure per il sughero è un strumento apparentemente semplice, la stessa scure che si usa per il legno, un manico, una lama…e invece no: è uno strumento insostituibile perfezionato in secoli di  lavoro e di esperienza, la tecnologia d’avanguardia sta tutta nella capacità dell’ operaio estrattore di usarla. 

Questa è la scure che il povero Zio Raimondo mi ha lasciato…

Sempre lei, sempre la stessa: lama più leggera, sottile e affilata della sua sorella per il legno,

a forma di luna e con il suo asse perpendicolare al manico in legno di mirto, di corbezzolo, di frassino, con la coda a cuneo, lungo sempre quanto il braccio del suo proprietario. 

Tre strumenti in uno: scure per incidere la corteccia, martello per batterne la costa e leva per staccarla dal tronco.

Che bella collana! Tu puoi scorzare!

La sughera viene spogliata della corteccia matura e al tempo stesso vestita di un abito colorato,

si chiama collana il taglio di coronamento che separa il tronco scorzato rosso arancio dal sughero maschio della pianta; ed è una lavorazione difficile, con scure orizzontale, e prova di abilità. Il tannino della corteccia sulle mani che impugnano la scure dalla lama come leva, le macchia di nero sotto pelle per molti giorni: un segno distintivo di appartenenza ad una elìte di artigiani del bosco, cavalieri della foresta… il mestiere che entra.

Sei un Bucadòri…?

Li bucadòri lavorano in coppia, sincronizzati, uno contro l’altro e l’albero in mezzo.

Ogni dieci anni la quercia da sughero rinnova generosa il suo regalo; ed ecco la notizia in un mondo sempre più distratto e superficiale, consumistico e globale, consapevolmente autodistruttivo: il sughero ricresce, è una risorsa rinnovabile.

Ma allora ricresce?

(Due meravigliati e increduli turisti durante la prima mostra di Roberto Graffi)

Il sughero ricresce. Ricresce sull’ albero che lo genera, la quercia da sughero, che deve essere protetta e conservata, e non tagliata come molti credono o vogliono far credere.

La condizione necessaria perché ogni dieci anni si possa raccogliere il sughero è che si conservi il bosco, e il bosco si conserva con il lavoro dell’uomo: cresce e ricresce il sughero come cresce il legno, come cresce il grano, come cresce la vigna. 

Cresce col sole e con la pioggia, e cresce in terreni avari, rocciosi, a volte selvaggi, nelle forme tormentate dal vento della quercia da sughero.

Matura il sughero come matura l’uva…

E dura sulla pianta quanto la vita di una pecora.

Il sughero è un miracolo della natura… cresce solo nel mediterraneo occidentale… è conosciuto fin dall’antichità…da sempre fedele compagno del pastore sardo, (sono di sughero gli oggetti della vita dello stazzo e dell’ovile) che scandisce il suo lento trascorrere decennale del tempo con l’estrazione del sughero delle sue “tanche” e con la vita delle pecore del suo gregge.

Nessuno potrà mai sciogliere questa alleanza: sughero, vetro, vino…

Il vino conservato con il suo tappo di sughero nella bottiglia… respira, come respira una casa con le finestre di legno, o il nostro corpo con abiti di lana d’inverno e di cotone d’estate.

Il tappo di sughero di una bottiglia importante, stappata in un momento speciale della vita, festa, ricorrenza, anniversario, vittoria, ricordo, successo, conquista, viaggio, si conserva, si annusa, si tocca, si sente…

Proprio come un tappo di silicone?

La porta della bottiglia, la porta della percezione…

Il sughero conserva il vino. Conserva i profumi, le esperienze, le storie e le ricerche del mondo del vino e della vigna con le sue tradizioni millenarie: la storia dell’uomo scritta da vitigni fenici o greci che ancora sopravvivono. 

Conserva l’identità della varia umanità che ruota attorno a questo meraviglioso mondo, con i suoi riti, le sue regole, le stagioni, le arature, le potature, le vendemmie, le cantine…le cucine…

In cantina e sul tavolo di cucina il vino e il sughero arrivano assieme.

Il tappo sintetico.. sarà una porta, o sarà una protesi della bottiglia?

E il sughero, poi, avrà una sua storia da raccontare? 

Che sorpresa, il parente povero del vino, che svolge un lavoro umile ma indispensabile, semplice e complicato, facile o forse difficile, conserva anche l’identità della varia umanità del suo meraviglioso mondo, che inizia nella foresta e non nella vigna, e ha più di una storia da raccontare, e tante lezioni da insegnare ad un pubblico distratto e ingannato da troppe tecnologie che stanno trasformando la nostra vita in una finzione.

Una strada fatta di tappi…

Con i milioni e milioni di tappi di sughero che si stappano ogni anno nel mondo potremmo costruire una strada. 

Potremmo viaggiare con la fantasia e la libertà di ricostruirla ogni anno nuova, perché il sughero è naturalmente biodegradabile, perché ritorna nel ciclo naturale delle cose…o vogliamo invece immaginare di cambiare materiale? La potemmo costruire con i tappi di plastica: fissa, eterna, asfalto non biodegradabile…ma siamo convinti che ci porterà con la stessa fantasia, la stessa poesia, alla stessa destinazione? E le conseguenze sull’ ambiente?

Dove vogliamo andare? Australia? Patagonia? Alaska?

Una bottiglia in Danimarca…

Forse solo allora si capisce, quando una bottiglia stappata sul tavolo di un soggiorno danese, esotica nelle brume crepuscolari di un anticipo di grande nord, dove non cresce la vite, l’ulivo, la sughera… improvvisamente ricorda e racconta il lontano sogno del sud, il sole del mediterraneo, la nostalgia del proprio cielo, dei profumi della terra, delle pietre, del pane, dell’ olio, del mare, del vino e del sughero.

Volti sereni di padri e figli al lavoro…

La ricerca fotografica di Roberto Graffi, che ha voluto, dieci anni fa, “far entrare il cervello nella macchina fotografica per afferrare l’anima della gente”, ci consegna un affresco di un mondo che rischia di scomparire, animato da questa misteriosa e potente forza dell’arte della lavorazione del sughero.

Un piccolo esercito di scorzatori, trasportatori, bollitori, tagliatori, quadrettai, operai, operaie, mogli, mariti, figli, nipoti, famiglie intere che guardano tranquillamente in macchina, tutti come fotogrammi di uno stesso film di passione per il lavoro, dedizione e spirito di sacrificio.

Volti sereni che oggi rischiamo di non rivedere, custodi di mille segreti di un mestiere antico tramandato di padre in figlio, apprendisti e operai che son diventati bravi artigiani, imprenditori e industriali coraggiosi.

Questa segreta luce in fondo agli occhi…

Protagonisti di un mestiere sconosciuto, chi poteva immaginare, sughero, sembrava solo una parola, un semplice tappo, al massimo un galleggiante…

e invece in Gallura ancora circolano nascosti nell’anagrafe cognomi francesi arrivati duecento anni fa proprio per questa incredibile avventura della estrazione e lavorazione del sughero…

Cosa hanno visto questi occhi orgogliosi di questa composta umanità , quali speranze di un futuro migliore, cosa hanno sentito, cosa hanno pensato, cosa hanno provato…?  

Il sughero è un’esperienza sensoriale completa, coinvolge tutti i sensi…

La vista…non tutti vediamo le stesse cose…

L’occhio esperto del compratore misura il “peso” e la qualità del sughero di una foresta, trasformando mentalmente migliaia di piante in ettari di selve impenetrabili, in soldi e quintali…

L’occhio di lu Bucadòri, colui che “toglie”, scorza, il sughero, misura lo spessore della corteccia  e dice quanta forza imprimere alla scure per inciderla senza danneggiare il tronco, il fellogeno, la “mamma” del nuovo sughero…

L’occhio dell’artigiano, il Quadrettaio, è un magico occhio da chirurgo, conta i pori, elimina le imperfezioni, sa riconoscere, sa dividere e selezionare nel taglio le diverse misure e classificare le diverse scelte, in un lavoro sempre uguale e sempre diverso, in un tempo lungo quanto la vita dell’uomo e delle diverse generazioni che si sono avvicendate nello stesso mestiere…

L’udito…il sughero si sente?

La scure che entra nella corteccia si tuffa in una parete morbida con un suono ovattato e ne esce cigolando…frinire di cicale…il sughero che si stacca dal tronco suona come un’anguria che si spacca e cade a terra con un suono di tavole leggere.

Le tavole di sughero hanno una pancia e una schiena, morbido e duro, due suoni diversi. 

Il legno si sega e il sughero si taglia, lame che tagliano, incidono, cigolano, frusciano, cascate di quadretti, di milioni di tappi, il suono della leggerezza, il suono del sughero.

Il tatto…una mano prende sempre cinque tappi…

Toccare il sughero significa lavorarlo, e per lavorarlo bisogna conoscerlo.

Devi avere un “bel colpo” per scorzare, una buona mano per stivare il sughero per il trasporto e  la stagionatura, quando è ancora caldo dopo la bollitura, una buona mano per tagliarlo in bande e quadretti…anticamente i tappi si contavano sempre a mano, una mano ne pesca cinque dal sacco, due mani dieci…tappi morbidi, leggeri, lisci, tiepidi e buoni, familiari e naturali.

L’odorato e il gusto…il profumo del sughero nei vestiti di mio nonno…

Il profumo del sughero è una suggestione quasi alimentare, inconfondibile  fragranza di vaniglia e tannino nella foresta, sulla pelle, nel naso…si impregna nei vestiti anche solo attraversando un sugherificio, profumo di pane, di lievito durante la bollitura…le polveri si sentono in gola, sulla lingua, rassicurante sapore di casa, di infanzia, potente profumo evocativo di ricordi.

E’ arrivato un bastimento carico, carico di…?

E i tappi i sughero partono dalla Sardegna sulle navi verso le vigne e le cantine di tutto il mondo…

Ma voi lo sapete cosa è lu mundu?

Durante “lu mundu”, il mondo, la colazione che alle nove del mattino spezza la fatica del lavoro, si riscopre improvvisamente l’uomo, il suo rapporto con la natura, il suo lavoro nel bosco, che serve a conservare e non a distruggere, il suo rapporto col sughero.

Per cercare li bucadòri nella foresta bisogna seguire i rumori dei colpi delle scuri, colpi ovattati dalla morbida scorza, ciuf…non bisogna toccare il legno, tac… vuol dire errore e rimprovero dell’uomo e della pianta.

E anno dopo anno torniamo in foresta…

I carbonai e i taglialegna lavorano d’inverno, freddo, fuoco, legna…

Li bucadòri animano le foreste alla fine della primavera, d’estate, caldo, sudore, acqua, sughero. 

Sul sughero estratto si mangia, si beve, e ci si riposa, il sughero è familiare, è casa, cucina, tradizione, ricordi, lavoro, progetti, speranze; il suo suono, il suo profumo, il peso, le diverse qualità, il prezzo di quest’anno e dell’anno scorso…è una febbre che contagia tutti.

Albergo a mille stelle nella Sardegna antica…

In foresta dopo una dura giornata di lavoro, si dorme di notte per custodire il sughero estratto, all’aperto, in un albergo a mille stelle, per un giusto riposo e premio alla fatica quotidiana… 

in capanne fatte con le stesse plance di sughero…sempre profumate di vaniglia.

NICOLA VASA

Artista e Designer

Primavera 2009



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